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Un presidio sacro sulle mura di ponente, quasi un innesto grandioso tra architettura civile e architettura religiosa, commistione che caratterizza la storia del complesso.
Tutta l'area tra le mura ad ovest di Porta Picena e la chiesa dell'Assunta (ora santa Maria in Vepretis), nei primi secoli di vita del castello di San Ginesio, era occupata da chiese e conventi. C'erano la chiesa di S. Lucia, con il monastero delle monache cistercensi, la chiesa di S. Cipriano che apparteneva ai Cavalieri di Malta, i quali festeggiavano nella seconda di Pasqua.
A poca distanza era situato il Monastero delle Macchie entro le mura, che nel 1491 venne ingrandito e portato alla dimensione e alla forma architettonica in cui lo si vede ancora oggi fiancheggiare la strada. Il Convento di Santa Maria delle Macchie aveva una funzione ben specifica nell'ambito della Comunità. In agosto, infatti, il Magistrato vi si recava con l'ufficio di scegliere tra gli artigiani del luogo i Deputati che avrebbero retto il governo delle singole Arti per tutto l'anno successivo. Sempre in quel convento si radunava il Collegio, impropriamente detto dei Dottori, che provvedeva a formare i funzionari minori della municipalità addetti all'amministrazione della giustizia minore e all'esercizio della medicina più elementare.
Fino alla metà del secolo XVI vi risedettero i monaci cistercensi e i benedettini, poi i Minori Osservanti. Seguirono i Padri Domenicani, prima che chiesa e convento fossero dati in commenda a diversi Cardinali. Uno di loro, il card. Evangelisto Pallotta, nel 1608 fece eseguire un radicale restauro nella attigua chiesa di Santa Maria in Vepretis.
Nel XVII secolo si insediarono in questo complesso i Frati di S. Francesco Caracciolo, i quali, su legato testamentario di un ricco avvocato romano di origine ginesina, il dott. Nicola Bianchini, avevano l'incarico di insegnare filosofia ai giovani, nonché di promuovere lo studio delle scienze e delle belle lettere. A loro si deve la fondazione dell'Accademia degli Stellati.
Pepe Ragoni |
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