|
|
 |
|
 |
 |
 |
|
|
 |
 |
 |
Il territorio di Morico, frequentato fin da epoca preistorica come dimostrano alcuni rinvenimenti di manufatti litici nella zona, fu soggetto a centuriazione nel periodo triumvirale o durante il principato di Augusto, come si può ricavare dalla contiguità delle aree assegnate e dalla toponomastica di natura prediale e gromatica ancora presente (valgano ad esemplificazione Maregnano e Botondolo).
Ancora più evidenti risultano le tracce lasciate dai Longobardi, testimoniate da Coldiele (Col di Je, da ghea-gheagium) e dalla plurisecolare persistenza della contrada e chiesa di S. Angelo de Trischio (contrazione dell'agionimo S. Michele Arcangelo, dedicazione tipicamente longobarda) presso la località oggi detta Selva (la Sirva) al confine con l'odierno ambito amministrativo di Cessapalombo.
Si tratta di possessi antichissimi racchiusi nella curtis de Trisclo, registrata fin dal 969 in una conferma di Ottone I all'abbazia abruzzese di S. Clemente in Insula Piscaria (presso l'attuale S. Clemente a Casauria).
Dalla curtis, come spesso avviene, dopo l'XI secolo si passerà alla riorganizzazione territoriale offerta dal castrum (castello), in mano nella nostra zona a famiglie di origine franca, longobarda o più genericamente germanica (Mainardi, Offoni, Brunforte) che si sono appropriate di beni in precedenza quasi sempre appartenuti alle lontane e ormai indebolite istituzioni monastiche benedettine di Casauria e di Farfa.
Il castello di Morico, che trae il suo nome da un onomastico comune e molto diffuso soprattutto a iniziare dal Mille e di cui nulla rimane al di fuori della rotondità artificiale del suo rivellino, entra nella documentazione agli inizi del XIII secolo, quando viene rivendicato da Fildesmido da Mogliano, concesso dal cardinale Sinibaldo Fieschi nel 1240 a Camerino ma in realtà tenuto dai Brunforte e da essi dato in feudo ai Paganelli, che ne dispongono come possesso personale e lo vendono a San Ginesio il 7 ottobre 1259 insieme ad altri beni.
Danneggiato al tempo dello Sforza e distrutto da questi o dai Varano di Camerino, il castrum non risorgerà più e scadrà a villa, come conferma sul finire del secolo successivo il ginesino Guido Gualtieri, il quale scrive che il castello, posto in passato su un colle eminente (attuale Poggio Rivellino) è ormai distrutto, mentre il villaggio di 70 famiglie che ne conserva il nome si è spostato alle radici del colle presso il Fiastra maggiore, dove noi lo troviamo tuttora intorno alla chiesa parrocchiale di S. Giacomo apostolo.
Scesa la popolazione dalla zona del castello e dall'area servita dalla chiesa di S. Angelo (la cui memoria è ancora presente nei parlanti), nel 1535 si ha la prima notizia di una pinctura di S. Giacomo, definita già ecclesia nel 1537 e divenuta parrocchiale nel 1593 su intervento del vescovo diocesano per distacco dalla chiesa di S. Maria dell'Impollata di Cessapalombo.
L'edificio sacro attuale, recentemente riaperto e ristrutturato dopo i danni inferti dal terremoto del 1997, risale nella sua ricostruzione più vicina al 1898 e contiene una tela d'altare della fine del XVI secolo attribuita a Simone de Magistris o alla sua scuola che rappresenta una Madonna con Bambino e santi Ginesio, Vincenzo Ferrer, Francesco (?), Giacomo apostolo, meritevole di accurato e sollecito restauro. Nelle due cappelle di destra due tele del XVIII secolo: Madonna con Bambino e santi Vincenzo de' Paoli, Nicola da Tolentino (in mezzo anime purganti); Madonna con Bambino e santi Nicola da Tolentino, Antonio da Padova, Venanzio. Nella seconda cappella di sinistra una Sacra Famiglia del XVII secolo.
Rossano Cicconi
|
| |
 |
 |
 |
|
|
 |
 |
 |
|
|